Mi sono tornati in mano questi versi che scrissi nel 1986, quando tutti pensavano – e ci credevano realmente – all’eternità del Muro, totem immobile a cui furono immolate tante vittime dell’idiozia umana. In quegli anni, il Muro veniva superato, abbattuto, dagli Intellettuali di tutta la Terra, che riuscivano comunque a far dialogare le due parti del mondo diviso: erano gli anni formidabili in cui organizzavo mostre di Arte Postale dove esponevo opere di Artisti dell’Est europeo che riuscivano – nei modi più impensabili - a superare la cortina di ferro prendendosi gioco dei potenti. Oggi ben poco è rimasto di quell’epoca, se ancora oggi all’interno delle Democrazie occidentali si continua a parlare di censura alla satira politica, di controllo dell’informazione, di giustizia iniqua. Nuovi muri in cui è difficile fare breccia, se non alzando la voce e ricevendo querele.

L’eternità del Muro
Assorbiva radiazioni e pioggia,
graffiato, senza radici lungo i fiumi,
come un laccio a chiudere il sanguinare del mondo.
Conosceva l’uomo e il mutare delle stagioni,
lavorato dall’erosione e dal gelo.
Ricordava l’Ecce Homo. Stava lì inutile,
come un moribondo in croce;
chiedendosi se l’eternità è un dono agli dei
o una presenza del Dio per chi servì le sue creature.
(20 aprile 1986)
Paolo Castagno
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